la fotografia di Locatelli 

 

In una lettera a D'Annunzio durante il suo viaggio, il 16 aprile, Locatelli scrive "se il sole mi assiste e io persisto, riporterò una delle più belle serie che siano al mondo".

Si tratta in effetti di 3140 negativi scattati e catalogati da Locatelli al ritorno dal viaggio. Una preziosa icona del mondo del 1923. Pur esistendo alcune raccolte e stampe parziali delle sue fotografie recentemente è stata ritrovata l‘intera raccolta con negativi e prove di stampa. Vengono riproposte per sfruttare appieno la forza evocatrice delle sue immagini e per studiarne gli aspetti di testimonianza di un epoca. Quella ritratta e quella propria del "fotografo" alla scoperta del mondo.

 

Locatelli utilizzava una macchina a soffietto Kodak del 1915 (conservata con le foto). In molte pose cerca di rappresentare il movimento sia attraverso la scelta interna al soggetto, sia citandolo direttamente: il vento, per esempio, attraverso stendardi, bandiere, ombrelli, ma grande importanza hanno le fotografie fatte mentre attraversa il paesaggio con i mezzi a disposizione. Locatelli non è fotografo statico, non esiste cavalletto. Ha fatto un bel falò della fotografia etnografica italiana di Leone Nani in Cina, di Felice Beato in Giappone, delle loro bellissime pose statiche, a raccontare gerarchie di mondi lontani. Così come dell'occhio certo e rassicurante posto su solidi treppiedi e si mette a fare quello che oggi chiameremmo "reportage". E infatti quello che si prefiggeva di comporre era un racconto-reportage, una istantanea del mondo, solo lunga nove mesi.

 

La fotografia è un pò come la messa in scena del suo muoversi, metafora oltreché testimonianza del viaggio che sta intraprendendo.

Il movimento è il carattere essenziale che attribuisce al suo lavoro in genere, in apertura dei diari a premessa di tutta la sua scrittura Locatelli - non tanto a giustificazione ma quasi come proposta o intento poetico scrive- "Note succinte senza grammatica, prese in piedi, in carrozza, a cavallo in ritkshow, in piroscafo, e in treno - corredati di schizzi gettati sulla carta ..."

Altro momento controverso ma che rientra appieno nell'idea che la fotografia sia per lui più azione, quasi sequenza, che posa statica. Non mette mai in posa i propri soggetti. Anzi li coglie spesso intenti nelle loro attività. I bambini Tamil giocano rincorrendosi, il falegname di Pechino in equilibrio precario su un asse che sta segando (a torso nudo, sudato -agilità, fatica- tutti elementi di movimento-energia).

falegname cinese

Cerca spazi multipli e articolati anche nella messa a fuoco. Si potrebbe pensare che non padroneggi o non si interessi sufficientemente alla tecnica ma è irrilevante per certi versi e anche piuttosto improbabile per l'attenzione fortissima, per la pignoleria che manifesta in ogni aspetto della sua attività. Locatelli fa lavorare il fuoco della sua macchina. Nelle sue foto gli elementi a fuoco variano: spesso inaspettatamente in primo piano quello che ci si aspetterebbe a fuoco, in una visione normalizzata dall'abitudine, non lo è, a favore di elementi posti su altri piani. E crea così anche una energia di visione. Che va oltre lo stereotipo.

 

Locatelli non sembra cercare nel viaggio l'esotico, quelle poche fotografie dove potrebbe sembrare il contrario, piene di bellezze orientali seminude in posa, non sono sue, sono riproduzioni di foto esistenti che acquista sul campo. Per diverse ragioni: vuole integrare il racconto che sta effettuando, ritiene manchevole aver omesso questo aspetto. In alcuni casi problemi inerenti lo sviluppo delle pellicole o altri "incerti" della professione a quell'epoca alquanto approssimativa, per quanto la fotografia vantasse già 3⁄4 di secolo.

Queste foto "altrui" sono quanto di esotico lui include nella sua raccolta. Lo include specificando con una R maiuscola, sulle buste dei negativi, che sono Riproduzioni e non sue, alcune di quelle egiziane sono scatti della coppia di fotografi tedeschi  Lehnert & Landrock. Si vede la differenza, grondano di allusioni, di esotico, alzano la temperatura, palesemente influenzate dal pittorialismo, non sono cartoline ma strizzano l'occhio ad un arte "commerciale". Locatelli le raccoglie e in qualche modo con questo gesto le fa sue ma non lo rappresentano certo.

 

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